febbraio 26, 2009

What’s up??

Febbraio. Anzi, quasi Marzo a dir la verità. E' passato l'All Star Game, è passata la notte degli Oscar. E' passato l'inverno (eh, chi sta in Texas è avvantaggiato).

Son passati sei mesi, ma non mi metterò adesso a fare i bilanci perchè sono annoianti e patetici. Se mai uno ce ne sarà, sarà alla fine, prima che del ritorno in terra natìa. Adesso c'è altro. Adesso c'è che le persone non ti chiedono più di dove sei e, sia chiaro, non perchè tu parli come loro, ma perchè ormai tutti sanno che sei italiano, ancor prima che tu apra bocca. Molti che in quest'ultimo mese mi hanno chiesto "Are you ready to go back?" hanno ricevuto un secco: "Nope!". E l'avevano detto che arrivati a un certo punto (e prendete quello che sta scritto su questo blog molto allegramente) si abbandona, o perlomeno in molte situazioni si tralascia l'interesse per il futuro ritorno nella beneamata Toscana. E sento il dovere di scriverlo, perchè (insegnamento di famiglia) si rispetta molto profondamente "chi te l'aveva detto prima". E sia chiaro, si rispetta anche chi, da qualche parte nel mondo ti aspetta con ansia, perciò non sia tutto travisato e-barra-o frainteso.

Si fa giusto giusto per tenersi aggiornati, perchè in questi ultimi tempi non accadono eventi eclatanti o che, perlomeno, possano (imho) suscitare l'attenzione e l'interesse dell'esclusivo circolo che ha l'onore (o l'onere??) di passare da queste parti, di tanto in tanto.

Ah, e intanto son passate anche un paio di prime volte. Uno: Febbraio 7, primo ballo, vestito da pinguino e via, come nei film. Due: 18 anni a ottomila km da dove chiunque si sarebbe aspettato tu li compiessi. Mettetelo insieme a tutte le cose già elencate in precedenti post per cui "per tutto il resto c'è mastercard". Non che si stato celebrato in grande, anzi niente di che, ma fidatevi, fa un certo effetto. Un po' come vedere quello pseudo-calimero vestito di verde nella gara delle schiacciate saltare e schiacciare sulla testa di Superman che, fortunatamente, non stava volando al momento.

Non molto altro da dire, anche perchè non vogliamo entrare in divagazioni pseudofilosofiche (più pseudo a dire la verità), sulla percezione e il fluire del tempo, che inesorabile porterà sempre, secondo qualche strana convenzione stabilita dall'uomo, a nuovi inizi e nuove fini (e non andiamo a discutere sulla quella Fine che non prevede un altro inizio, sennò andremmo a finire in strane bigotterie religiose, e sopratutto perchè, se Ratzinger passa di qui e ho scritto quello si dovrebbe legger tra le righe mi "fa spenge' tutto". Per chiarimenti c'è la sezione Commenti.), e non so voialtri, ma a me non va di pensare ne all'una ne all'altra.

Mi scusa per l'inutilità e la brevità di questo post, ma questo è quanto riserva Longview, TX, alla mia e alle vostre anime. E sia chiaro, in questa semplicità "qualcuno" potrebbe anche trovarci (averci trovato?) l'idillio dei sensi. Naaaaaaa.


 

Jacopo

gennaio 11, 2009

BU: un giorno nella terra degli Orsi.


29 Dicembre 08, Longview.

Off-school day. Non che importi, no, non alla pallacanestro.

Allenamento alle 8 del mattino. Come ormai è consuetudine, mi dirigo al "colosseo" una mezz'oretta prima, giusto il tempo di andare da coach scotter (trainer ndr.) e aggiustare quelle due o tre cosette che sul fisico di un magro 5'10 bianco non sono mai apposto, figuriamoci quando insieme a lui gioca solo (quasi ed esclusivamente) gente dal colorito piuttosto scuro.

Allenamento che tuttavia scorre abbastanza, con tutto ciò che il primo allenamento al ritorno dalle vacanze di Natale può comportare. 

Niente paura, la parte interessante deve ancora arrivare.

Ore 12. Secondo programma l'italo-americano (Mr. Filippazzo), l'italiano (io) e il tedesco (Andy, già trattato da qualche parte) si mettono in cammino per Waco, sede della Baylor University, università privata da 80 mila verdoni l'anno; come tirar giù un bicchier d'acqua insomma. Le tre ore di autostrada verso la destinazione sono, come sempre se ti trovi in Texas, 2 ore 50 nel bel mezzo del niente e 10 minuti con (forse) una città sullo sfondo (in questo caso Dallas), che tuttavia non consola neanche più tanto. Ad animare la giornata ci sono però i tre guasconi nella Volvo blu che durante queste tre ore svagano tra i più vari degli argomenti: dall'NBA (falsa e corrotta) al College Basketball (lento e con un timeout ogni 3 minuti), alla sanità americana (inaccettabile per motivi che tutti noi conosciamo), all'economia americana (in parabola leggermente discendente). E, quando i tre arrivano a destinazione, viste la precedenti ed animate discussioni, l'italiano e il tedesco si pongono la seguente domanda: "Ma noi in America, che ci siam venuti a fare?". Risposte che tuttavia con il tempo arriveranno, tranquilli.

Ah già, poi alle 7 c'è la partita di College Basketball: Portland State@Baylor U.. E già questa sarebbe una risposta, ma c'è di meglio. Sì perché dopo le foto con l'insegna "Baylor University" e la sosta delle 4 a Starbucks ci dirigiamo al Farrell Center, arena da 10000 posti e un annesso centro sportivo tutto da svelare. Se poi l'amico di high school dell'italo-americano si chiama David Wesley (attuale student-coach a Baylor con 14 anni di NBA alle spalle) allora, questo centro sportivo, sotto raccomandazione, te lo lasciano anche vedere. Giro di chiamate e siamo dentro, con un tizio, coach Perkins che fa da Virgilio in una struttura nuova di 2 anni in cui sono stati investiti (o spesi?) 11 milioni di presidenti andati (cit.). 11 milioni che a guardarsi intorno ci si chiede: "Solo 11?".

Coach Perkins, originario di St. Louis, Missouri, appena presentatosi ci racconta che la prima volta che arrivò a Waco, dichiarata la sua origine, tutti lo guardarono con aria allibita come dire: "St. Louis? Abbiamo un St. Louis in Texas??" al che Coach P. aggiunse subito: "Missouri", ricordando a tutti i Texani che la loro nazione consta di ben altri 49 stati oltre al loro. Ma certi individui da queste parti ancora stentano ad essere a conoscenza-barra-accettare tale situazione geopolitica (ma questa è un'altra storia). Dopo il piccolo aneddoto, che in realtà dice molto del Texas e dei texani, passiamo all'ispezione della struttura. Si entra da una porta di servizio accolti, come detto, da Mr. Perkins che ci mostra mentre passiamo dalla hall i vari uffici. Sulle scrivanie di tali giace sistematicamente un notebook e/o un desktop con una mela smangiucchiata sul retro, quelli che quando li vai a comprare sulla scatola, il caro vecchio Steve scrive: "Designed by Apple in California", tanto per non sbagliarsi e non farsi fraintendere. Chiediamo, incuriositi, se sia un caso che su ogni scrivania ce ne sia uno o se la cosa sia voluta. Con molta accuratezza ci viene spiegato che il programma di basketball è stato completamente rinnovato (11 milioni non è che sian pochini eh) dopo le sanzioni che furono assegnate al programma di Basketball della Baylor University dall'Ncaa in seguito allo scandalo del 2003, tra i cui avvenimenti si riscontrarono: l'omicidio di un giocatore da parte di un compagno di squadra (!), l'occultamento da parte del coaching staff di analisi mediche che mostravano l'uso di sostanze proibite di uno dei giocatori, il pagamento delle rette universitarie da parte dello stesso coaching staff e altre scorrettezze minori. Insomma, la credibilità del programma di Basketball e dell'università tutta era andato a farsi benedire e una rifondazione dopo la chiusura dello stesso programma per 2 anni, era il minimo che si potesse fare per non cadere in un declino dal quale difficilmente ci si sarebbe rialzati.

Dicevamo, come ci si gira intorno si vedono gioiellini frutto della mente di Steve Jobs, il quale, a quanto ci viene detto, fornisce anche (sotto pagamento dell'università) ad ogni singolo giocatore uno dei suoi MacBook Pro, altri 2000 presidenti a testa, e che sarà mai. Continua il tour ed entriamo, attraverso una porta con accesso tramite impronta della mano (non di un dito eh, dell'intera mano!), all'ala al pian terreno, dove tra le altre cose si trovano: un campo di allenamento, una sala pesi, gli spogliatoi e l'ala del basket femminile, non visitata per limiti di tempo. Sì perché tra l'altro alle 7 ci sarebbe anche una partita da vedere. Ah, e ovviamente dalla prima fila. Partita che non desta molte emozioni se non per due affondate di fila del numero 23 in maglia bianca (divisa di casa dei Baylor Bears) a nome Kevin Rogers, di cui una a difesa schierata in alley-oop sulla linea di fondo da assist di Curtis Jerrels (questo nome su qualche parquet lo rivedrete, statene certi), bimane violenta e pubblico in delirio. L'altra nell'azione seguente in contropiede, su un'alzata troppo pretenziosa per la maggior parte degli esseri umani, ma non per Kevin, che si alza, raccoglie la palla almeno mezzo metro dietro la sua testa, e schiaccia mentre con gli occhi guarda il fondo della retina. A vederla dal livello del parquet poi, fa ancora più impressione. Pubblico in piedi e volume quasi insostenibile nonostante sia il 29 Dicembre e l'intero corpo studentesco sia a far visita ai parenti.

A fine partita Coach Perkins ci fa un ultimo regalo, portandoci all'interno degli spogliatoi, dove ogni giocatore ha il proprio armadietto di legno all'interno del quale, a richiesta, può far pervenire una tra Playstation 3, Xbox 360 o Wii, con ovviamente annesso schermo lcd da una ventina di pollici. Nell' angolo libero troneggia poi un lcd Samsung 60'' con annessa Wii, per i "giochi di società". Non è finita perché nel bagno (sì NEL BAGNO) davanti alla toilette e nel corridoio per le docce ci sono altre due flat TV, per non perdersi proprio un attimo degli show preferiti. Annesse agli spogliatoi si trovano altre due stanze: una con tutte le foto dei giocatori passati da Baylor e poi per l'NBA, nell'altra (altri) 4 lcd connessi a varie consolles, che stanno di fronte a 4 poltrone-massaggio da 80mila verdoni. Cadauna. Come dice Coach P., questo è tutto, e come diciamo noi appena usciti dall'arena – meno male perché i comuni mortali hanno anche altre cose da fare.

Già, perché alla più anonima delle Roadhouse sull'autostrada ad aspettare l'italiano, il tedesco e l'italo-americano c'è Mr. David Wesley, arrivato da Houston in incognito (per evitare l'impegno con BU, vista la partenza il giorno successivo per Charlotte) per un saluto e niente più. 30 minuti a mangiare texano da portarsi nei ricordi, e non per le cibarie seppur accettabili. L'aneddoto della serata arriva proprio dal nostro veterano (originario di Longview, già) e riguarda la religiosità, molta, presente a BU. Infatti da buoni cristiani prima e dopo ogni allenamento tutti in cerchio si dice la preghiera al Padre Nostro, e fino a qui niente di strano. Se non fosse che appena finita la preghiera, il giocatore di turno schiaccia il tasto dell'ipod collegato agli altoparlanti e, a volume insostenibile il rapper di turno risuona nella palestra: "Hey you Motherf***er…". E David, nonostante non sia proprio devotissimo al Signore, da buon maestro non può che appuntare: "Ma insomma ragazzi, non abbiamo ancora finito la preghiera!".

Purtroppo però a questo punto sono già le 11pm e 3 ore di Interstate 20 ci separano da casa. Saluti e via in macchina tra le risate. Le nostre risposte, faccio presente al tedesco, anche oggi, le abbiam trovate. Mi guarda fa cenno di sì con la testa: "Sì le abbiam trovate.".

dicembre 25, 2008

Christmas...

Ah, un augurio di buon Natale a chiunque passasse di qui oggi.
Grazie a tutti.

Jacopo.

Dov’eravam rimasti?

Si riprende il filo del discorso dopo un lungo, lunghissimo silenzio. Il 22 novembre sembra un secolo fa, anche se in realtà il tempo sembra passare al ritmo dei cambiamenti meteorologici texani, dove si va dai 25 gradi alle tempeste di ghiaccio. Nello stesso giorno. I più anziani dicono che il surriscaldamento del globo e il distaccamento delle calotte polari non c'entrano, questo accadeva anche quando non c'erano ancora le automobili. Ci si fida dei vecchi veterani dal forte accento del sud.

E come, secondo alcuni teoremi matematici, tra i 25 gradi e la tempesta di ghiaccio qualcosina in mezzo ci deve pur stare, così dal 22 novembre a oggi (vigilia di Natale) qualcosina nel mezzo, per transività, ci dev'essere. E tra gli imprevedibili e frustranti tempi meteorologici da includere senza dubbio la notte gelida del 14 dicembre. Texas Stadium, i Giants (team di football di NY ndr.) visitano i padroni di casa Cowboys (team di Dallas, e come poteva non essere). Si entra al Texas Stadium, impianto che verrà demolito per far spazio al nuovo e modernissimo stadio prossimo probabilmente ai 100000 posti, con una certa calura. Tanto per intendersi, come già accennato è il 14 dicembre ma siamo in jeans e maglietta a maniche corte alle 6, ora locale del pomeriggio. Si esce dallo stadio alle ore 10 e 30, ora locale della sera, con un venticello che tira sui 25-30 miglia ogni ora e il termometro che è sceso ai quasi a 32 gradi. Fahrenheit (32 F=0° C, ndr.). E si indossa, da ingenui turisti in terra straniera, gli stessi jeans e t-shirt con cui eravamo entrati 4 ore prima. Ah no a dire la verità, il fedele compagno di avventura, ha anche la maglia di Eli Manning (quarterback dei Giants, ndr.) che tuttavia, a giudicare dalla sua espressione non sembra coprire più di tanto. Il quarto d'ora di cammino successivo, tanto ci vuole per raggiungere l'auto parcheggiata nemmeno troppo lontano dallo stadio, è un'odissea, tra il gelo e le osservazioni poco carine della gente di Dallas in riguardo alla maglia del quarterback newyorkese, che tuttavia non aiutano a scaldare né animi, né ambiente. L'arrivo all'autovettura è così accompagnato da note di chiaro sollievo contornate da imprecazioni di vario genere (italiano per me, inglese per il fido compare). Apparte ciò, serata memorabile.

Tornando al presente, oggi, Dicembre 24, giornata strana. 25 gradi, a guardar fuori sembra il 25 aprile. Strano il tempo qua, e strano è il modo in cui sembra passare. Stagioni indefinite, tempeste inaspettate, uragani, giornate primaverili il 24 dicembre. Tutto questo è sinceramente inusuale e contribuisce a creare una certa confusione con la percezione del tempo che passa, più che mai sballata. 134 giorni sembravano un'eternità ieri, sembrano un volo oggi. E in questo strano fluire temporale cerco metodicamente di trovare una risposta al come e al perché, illudendomi che lo scriteriato meteo texano, possa appagare i miei vuoti conoscitivi. In realtà l'illusione dura poco, e in un attimo capisco che di aver commesso un errore soltanto pensando a cercare di capire come il tempo si comporta. Soprattutto in Texas. Abbandono, molto saggiamente, tornando a pensieri molto più terreni come il fatto che questo Natale sarà in ogni modo diverso.

88863 km da casa (grazie google) non sono pochi, anzi a pensarci son proprio tanti. Ma dopotutto quei 4-5 chili che potevo prendere in Italia tra Natale e Capodanno, son qualcosa che le distanze non impediranno di accumulare. Se proprio dobbiamo dire la verità muovendosi verso la sinistra dell'oceano quelle 4-5 misure, raddoppiano, forse triplicano, nella durata del programma AFS (Another Fat Student, il redattore suggerisce).

L'ora si fa tarda, mi scuso per la divagazione noiosa e contorta che tuttavia ha caratterizzato la mia permanenza quaggiù nell'ultimo mese. Niente più lasciarsi andare a certi desideri oltremodo pretenziosi di descrivere sentimenti ed emozioni (quel compito lasciamolo ai "blogghi di emmessenne", ma quella è un'altra storia, e senza polemica eh!). Niente più ambizioni nel cercare di captare i modi e le ragioni del meteo texano, compito probabilmente più difficile che trovare una spiegazione filosofica allo scorrere del tempo. Non sono pronto a tutto ciò. No, ancora no.


 

Jacopo.

novembre 22, 2008

La prima volta non si scorda. Mai!


Premessa: se l'articolo precedente era per gran parte incomprensibile ai più, vista la presenza non solo di riferimenti, ma anche allusioni a personaggi (seppur storici) che di tanto in tanto compaiono sui parquet NBA, questo lo sarà ancora di più.

(Porte le doverose scuse, passiamo al sodo).

3 novembre 2008 (sì, si va all'indietro),

Lunedì, per la precisione.

Esco, di furia, dal periodo 5 che come già più volte accennato risponde al nome di "Basketball". Di furia vado a casa: doccia, cambio di vestiti, e si parte. Ah no, manca una cosa, che si rivelerà molto, molto importante. La macchina fotografica. Ora, si parte.

2 ore di Interstate 20, strada (si fa per dire) di cui veramente non si vede né l'inizio (North Carolina!) né la fine (West Texas). Quando finalmente scorgi i primi grattaceli, capisci di essere arrivato, se downtown Dallas è la tua destinazione.

Intanto nelle due ore passate in viaggio, chiama il figlio dell'agente di sorveglianza per le persone in stato di libertà vigilata a Longview. Che in altre parole sarebbe Mr. Wesley, la cui progenie risponde al nome di David. David (Wesley ndr.) ex Cleveland (e molto altro, ma questo sarà trattato in futuro), quella delle Finals di due anni fa, dice di andare all'hotel dove alloggiano i Cavaliers perché lì ci sarà un amico che ci procurerà i biglietti per la partita della notte. Cleveland at Dallas.

L'hotel, roba da almeno 3 zeri a notte, è a duecento metri dall'American Airlines Center. Così giro panoramico intorno alla tenuta di Mark Cuban, e via all'hotel, che si trova in mezzo tra un palazzo di 20 piani con uffici vari e negozi di diversi prodotti ma con denominatore comune: il numero di cifre sull'etichetta, improponibile. Apparte il giro panoramico nei dintorni, ci dirigiamo (io e il Sg. Filippazzo) verso la hall dell'hotel, dove ci aspetta Amanda. Amanda è il direttore del settore marketing dei Cavaliers, e ci procura due biglietti che per un novellino come me sono oro colato. Biglietti da 90 verdoni l'uno nella sezione dove siede la stampa, che si trovano nell'anello più basso a si e no una decina di metri dal campo. Un sogno.

Così fatte i più che doverosi convenevoli di sincera riconoscenza, ci avviamo al palazzo, che quella sera, si prevede ovviamente essere riempito alla massima capacità di 19000 spettatori. Tra gli altri motivi, ce n'è uno che ha anche un nome. LeBron.

Arriviamo presto, anzi prestissimo, con la chiara idea di prenderci due momentanei posti a bordo campo, così tanto per ottenere un paio autografi ricordo dai giocatori che passano. La speranza è che passi l'eletto, ma in quanto speranza non è detto che si avveri. E infatti rimarrà tale. In compenso otteniamo due, tre autografi tra cui il rookie J.J. Hickson (da tenere a mente), Boobie Gibson e Andy Varejao, che mi riserverà anche l'onore della foto che vedete là in alto.

Oltre a tutto ciò, come dicevamo c'era anche una partita da giocare. Diciamo la verità, non la più entusiasmante di tutti i tempi, anche perché è giusto inizio novembre e LeBron non è in vena di esaltare. Finirà con 29, in scioltezza. I Mavs perdono in casa la partita che darà inizio alla serie negativa (intervallata per la verità dalla vittoria di San Antonio, che tuttavia di questi tempi non fa testo) di 6 sconfitte consecutive. Tifosi Mavs indiavolati, di Mark Cuban non ne parliamo nemmeno. 

Finita la partita però si torna di corsa a casa, e con ciò alla dura realtà. 

Come prima volta assolutamente non male, se non altro più il contorno che la partita in sé, che tuttavia con Dirk e LeBron sul parquet (tanto per dirne due eh) rimane a priori più che rispettabile.

Intanto ora si aspettano con impazienza i Knicks (che al Sg. Filippazzo stanno particolarmente a cuore), nella speranza di vedere un Gallo ruspante, anche se probbilmente anche quella è e rimarrà una speranza.

Jacopo.

P.S.: Due note. La prima: se qualcuno ha ancora in mente J.J. Hickson, ecco, il cugino del rookie e lui stesso, entrambi originari della Georgia (o qualche stato "per in là")siede una fila sotto di noi e ci  fa notare con vistosa impazienza la cosa, anche se il povero familiare non metterà piede in campo. Tralasciabile. 

La seconda: da annettere al capitolo "emozioni" c'è l'episodio volutamente tralasciato che va in scena all'hotel. Due istanti dopo aver ricevuto i nostri biglietti, ce ne usciamo tranquilli e decidiamo che è ora di rilassarsi un momento al tavolo di Starbucks. Non c'è modo. Due minuti dopo arriva il bus dell'NBA, così giocatori, staff, direttori marketing ecc. salendo sul bus, ti sfilano tutti a un paio di metri. L'ultimo, in vestito completamente nero con due cuffie old-stile sugli orecchi, è LeBron, che oltre a portare la borsa porta anche un brivido. Eh insomma, non c'è proprio modo di rilassarsi eh.

novembre 08, 2008

I Mavericks e il Maverick, due storie diverse.

4 novembre 2008

"Hey Jacopo".

Sono ormai le 10 passate, e non tanto la scuola, quanto la quotidiana doppia seduta di allenamento, si fa sentire. Siamo più o meno all'ora di addormentarsi insomma.

Quel nome, pronunciato per l'ennesima volta con quell'ormai familiare accento americano, ha qualcosa di più strano stasera.

"Come here, look at this".

Avevo lasciato gli Spurs a 4 minuti dalla fine del 4° quarto sotto di sedici contro i Mavs, che quella sera sembravano essere stati benedetti dal più importante degli dei del basket. Dirk tuttavia non era in serata strabiliante, 30 in 37 minuti. Ci avevo quasi creduto, non so con quale logico sostegno, ma devo ammettere che ci avevo quasi creduto. Forse Gregg, anche se nel nuovo stile meno ammiraglio e più uomo vissuto (vedi barba incolta ormai da parecchie settimane) offriva sostegno a tale tesi, che tuttavia rimaneva pur sempre terrena e quindi irrealizzabile, vista la presenza divina che quella sera era scesa all'AT&T Center.

Così mi dirigo molto controvoglia verso la tv, da cui sento arrivare un frastuono di gente che urla. Come se gli Spurs avessero miracolosamente rimontato. Si, questa volta sono quasi del tutto convinto. Sullo schermo brilla un numero bianco su sfondo blu, che più o meno occupa tutta l'immagine: 284. Sinceramente troppi, anche se ci fossero stati i vecchi Suns, figuriamoci per la squadra di Popovic. 

"Look, this is Chicago, he's gonna talk in a minute!"

Su un palco circondato da migliaia di persone appare l'eletto. Downtown Chicago fa da sfondo al nuovo presidente degli Stati Uniti. 284 sono i "seggi" (la traduzione da "electoral votes" mi sfugge) che Barack Obama, ore 10:20 sul fuso della Windy City, ha appena conquistato. 270 ne servivano per la vittoria. Da lì in avanti, seppur restando con il voto popolare in bilico, sarà un massacro: 365 a 162. Ma ormai nessuno se ne curava nemmeno più. Il primo uomo afro-americano era stato eletto da pochi minuti Presidente degli Stati Uniti. Roba da non credere. No infatti, nessuno ci credeva. Chi aveva votato l'uomo da Chicago era abbastanza sicuro che l'America non fosse pronta per tutto ciò, mentre i sostenitori del Maverick (guarda te, le coincidenze) increduli sbattevano il telecomando contro il televisore, convinti che questa, più di molte altre cose, porterà più danni che benefici. C'è chi poi invece si rassegna dicendo che (testuali parole) se il nostro presidente è nero, non ci possiamo far niente, dobbiamo solo accettare la dura realtà. Che detta così fa spavento, ma anche se l'inglese ancora qualche volta zoppica, il senso di tali parole l'ho ampiamente compreso. E non credo servano spiegazioni.

Apparte ciò, credo che questo episodio in qualche libriccino/almanacco in un modo o nell'altro è destinato a finirci. Ed essere lì, con qualcuno che in fondo ci sperava, ma che in cuor suo non voleva mettere troppo le mani avanti, è una di quelle cose che ti riconciliano. Con il mondo, con l'America. Se poi la mattina seguente, la professoressa di diritto, marito e figlio nell'esercito, texana fino all'osso e apparentemente repubblicana convinta, dice che in 8 anni l'amico del maverick ha fatto "più danni della grandine" e per questo i compari non meritano altri 4 anni nel D.C., allora ti riconcili anche con tutti gli altri. Tutti gli altri poveri (scusate l'invettiva) stolti che credono che il colore valga più di tutto il resto. E allora che blu (colore dei democratici ndr) sia, e che sia sempre più scuro, tendente al nero, se qualcuno fosse propenso a creare un'analogia. A tutti gli altri poveri stolti che hanno la storia sotto gli occhi, e non se ne vogliono rendere conto. Un grazie invece a tutta l'America repubblicana o democratica che sia, che si accorge che forse a partire dal 4 novembre 2008 qualcosa è cambiato, e aldilà dell'ideologia politica, quel qualcosa si è evoluto, è migliorato. Grazie, per avermi fatto toccare con mano La storia.

Menzione speciale se la merita chi poi, stando a destra dell'oceano riserva (e come non aspettarcelo) amenità varie sul nuovo eletto, "prendendosi la briga e di certo il gusto" di far passare da idioti una sessantina di milioni di persone. Vabbè, nel grande ci sta il piccino, anche lui con il suo pensiero qualcuno pur rappresenterà…Forse. Come la pensa chi scrive più o meno si sa.

Jacopo.

novembre 01, 2008

(Ap)Plauso alla scuola americana

Denigrare la scuola americana è quello che, più o meno tutti, senza averla mai vista, facciamo. Dire che in fondo in fondo ha anche i suoi lati positivi, è quello che, più o meno tutti quelli che l'hanno vista, fanno. A volte tenere insieme 2500 persone di colore, razza, idee, pensieri diversi è impossibile. E' per questo che a scuola ci devono tenere la polizia.

Ma, quando si riesce a vedere che quei colori, quelle idee, quei pensieri combaciano, viene da pensare che non sia l'omino vestito di blu con la pistola alla cintura ad aver fatto un buon lavoro, ma gli altri 2500 che gli stanno intorno. Poi ognuno la pensa a modo suo.

Qua, almeno la scuola, non guarda di che colore sei, se voti Obama o McCain, se sei un metro e mezzo o se sei due e dieci. Qua la scuola, è un posto dove, primo si impara a stare al mondo, secondo si impara il "superfluo": storia, geografia… Perché "là fuori" la gente che nonostante sia stata a scuola è restia a comprendere l'antifona non è poca, e continua imperterrita a distruggere ciò che altri costruiscono. Perché se ci pensiamo bene è vero, gli americani soprattutto dentro i confini cercano dare a se stessi e agli altri "pace e libertà". Sì anche fuori, ma quello è un altro discorso.

Insomma scuola pubblica? Non da buttare, anzi. Longview High School, scuola frequentata ma nemmeno poi tanto, offre 100 e passa corsi, partendo dalla cucina (!), passando dalla più classica matematica, per finire a corsi di dubbio apprendimento quali "floral design" o "bible survey", ma non mettiamo le mani su quest'ultimo, che poi qualcuno la prende su personale! Ma quello che stupisce non è la presenza di tali, bensì la notevole frequentazione. Il corso di cucina poi è richiesto più dell'acqua nel Sahara. Testimoni dicono che ti devi iscrivere un anno prima per poter frequentare quel corso. Invece la classe di fisica consta di ben 17 alunni e il livello non è che sia stellare. Allora provo a immaginare il frequentatore medio della classe di cucina . No, non ce la faccio (e sia detto con tutto il dovuto rispetto eh). Ma, apparte il livello, va considerato che la scuola pubblica, non riceve un autentico accidente se non per le funzioni vitali. E nonostante ciò, ci sono club come il golf, il tennis, il club di spagnolo, quello di francese. Come? Donazioni.

Esempio: la squadra di basket, ogni anno, va in trasferta con pullman, e sosta in albergo per le trasferte più lunghe, con in soli soldi delle donazioni. Sì perché come detto in precedenza, lo stato (in questo caso Texas, che è anche molto generoso!) paga la scuola pubblica. Ma come tutti ben sappiamo, sul lato sinistro dell'oceano preferiscono spesso affidarsi al genio dei singoli popolanti, piuttosto che a strutture di più "obamiana" (concedetemelo, vi prego) accessibilità.

E così, poveri noi, ci ritroviamo in una scuola che puzza, cade a pezzi, non ti insegnano niente e hai poliziotti che ti girano intorno a tutte le ore. Se si vuole la si può anche vedere così. Da un punto di vista "reale" invece, la scuola pubblica è una di quelle cose che insegna. Ti insegna a vedere il mondo, perché là dentro ci trovi i peggiori bifolchi, ma difficilmente ci trovi i Bill Gates o gli Steve Jobs, ti insegna che la scuola, oltre ad insegnarti la moltiplicazione, ti deve dare un modello, per quando sarai "là fuori". Lo sport, almeno per quanto mi riguarda, mi ha dato più lezioni di vita di quanto non avrebbe fatto Aristotele. Ma di questo in fondo ne abbiam già parlato a sufficienza. Quello che conta è che si cerca di fare il massimo con i mezzi che ci vengono dati, di rendere meno brutto quello che è brutto, e l'importante molte volte non è il risultato. Ma lo spirito. Il fatto che una volta di più si sia dimostrato lo sforzo di migliorare, non quello di essere perfetti. La consapevolezza che essere quanto di peggio esista, non sia un handicap ma un punto da cui partire, un vantaggio da sfruttare. Contro chi? Contro se stessi, contro i propri limiti. Sembra di capire come mai a quattro ore da Longview, TX, una quarantina di anni fa qualcuno partiva per andare a vedere i crateri lunari (o almeno così dicono, ma anche qui, quella sarebbe un'altra storia).

Fa veramente tristezza allora, vedere come da qualche parte nel mondo, invece di ottimizzare, si cerchi di manomettere qualcosa che, grazie a Dio, sembra funzionare. E non se fa una questione di politica, bilanci o finanziarie. Se ne fa una questione di orgoglio, lezione che in quella stessa parte di mondo sembrano (sembriamo?) non aver mai appreso. Se ne fa una questione di spirito, che ci dovrebbe spingere ad oltrepassare il vecchio per dirigersi al nuovo, senza vergogna di commettere errori. In Italia invece la lezione che si dà, è che sempre è meglio un passo indietro che uno avanti, meglio una sicurezza (effimera) che un imbarazzo per aver almeno tentato di far qualcosa.

Due culture diverse? Due modi di pensare diversi? Per me semplicemente due principi di newtoniana natura: uguali e contrari. Solo che uno tira avanti, e l'altro tira indietro. Qual è quello sbagliato? Fate voi, ma a me piace la direzione del tempo. Avanti senza mai fermarsi.

Jacopo

P.S.: un rappresentante italiano in terra Texana, dà il benvenuto in questo mondo imperfetto ad un suo omonimo, certo che anche lui, nell'indubbia imperfezione umana, seguirà la direzione perfetta del tempo. Buona Fortuna Jacopo (e confida nello zio).